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MEDITERRANEO, UN MARE DI ... CONVEGNI

L’altro giorno, a Taormina, a margine dell’ennesimo convegno informale del “Olive Group” (dieci Paesi mediterranei dell’Ue), il ministro degli esteri, Frattini, ha incontrato il governatore Lombardo per discutere di “cooperazione rafforzata” fra Stato e Regione nell’area mediterranea.

Ogni tanto, si torna a parlare di Sicilia e Mediterraneo. Casualmente e senza concludere nulla.

Giacché il Mediterraneo più che come grande prospettiva a cui guardare viene percepito, nel migliore dei casi, come oggetto di conversazione (come la donna dai siciliani, secondo Brancati) e, nel peggiore, come fonte di lucro e d’intrallazzi.

Soprattutto in Sicilia, da quando si parla di partenariato euro-mediterraneo e dei relativi programmi settoriali (Meda), sono nate, ad una velocità impressionante, improvvisate società e centri di consulenza e di formazione attaccatisi, come mosche, ai flussi finanziari dell’Unione europea.

Il risultato di tanto dispendio è una gran quantità di convegni, simposi, tavole rotonde, riviste patinate, ecc. Una sorta di fiera delle vanità a carico dei bilanci di enti pubblici e quindi dei contribuenti.

Insomma, il Mediterraneo che abbiamo immaginato come un mare di pace e di prosperità condivisa fra tutti i popoli rivieraschi, di commerci leciti e di cooperazione reciprocamente vantaggiosa, in Sicilia (e non solo) si è trasformato in un mare di…convegni costosi quanto inutili.

Per non dire della fine, davvero, penosa che hanno fatto i tanti miliardi (di euro) dell’Obiettivo 1 assegnati all’Isola: in parte non spesi e in gran parte polverizzati in una miriade di piccoli progetti clientelari che con lo sviluppo hanno poco o nulla a che fare.

In Spagna, in Irlanda, in Slovenia, in Portogallo è successo esattamente il contrario e i (buoni) risultati si vedono.

L’Isola e gran parte del Mezzogiorno sono fermi al palo perché dominati dal malaffare e da un ceto politico-affaristico che, come un re Mida all’incontrario, riesce a trasformare in spreco tutto ciò che tocca.

Ciò accade anche perché l’Italia, da tempo, non ha una seria politica estera mediterranea e perché la Sicilia non esprime idee e proposte degne di considerazione.

Eppure i nostri governanti continuano a ribadire rivendicazioni un po’ datate che, per altro, non sono farina del loro sacco, ma ipotesi prospettate, agli inizi degli anni ’80, dalla sinistra (di allora), purtroppo abbandonate da quella attuale, smemorata e svogliata, all’uso demagogico del centro-destra.

Personalmente, per alcune (il Politecnico e la Banca per lo sviluppo) potrei chiedere il copyright sulla base di una copiosa documentazione, anche parlamentare.

Ma non è questo il problema, giacché come scrisse il saggio può perfino far piacere “vedere che qualcuno segue le tue orme, anche se intenzionalmente le cancella”.

Ma se da un lato può essere confortante sapere che, dopo tre decenni, queste proposte resistono nell’agenda politica (se ne discusso l’altro giorno a Taormina) dall’altro lato è deludente constatare che la Sicilia non ha fatto seri passi avanti.

La verità è che si parla di partenariato, di zona di libero scambio euro-mediterranea (che sempre più si allontana dalla scadenza del 2010) per legittimare gli enormi sprechi dei fondi europei. Speriamo che non facciano la stessa fine i miliardi Ue destinati a finanziare i programmi a copertura del periodo 2007-2013.

E’ duro ammetterlo, ma comincia a farsi strada l’impressione che i governanti, il ceto politico e imprenditoriale siciliani non credano nella prospettiva mediterranea così come si sta configurando perché non vogliono un futuro migliore per l’Isola che di questo mare è baricentro.

Questo è il punto vero su cui confrontarsi! Altro che gli incontri occasionali, a margine, della riunione del cd “Olive Group”, da non confondere- per carità- con l’omonimo “Olive Group”, con sede a Washington, una tenebrosa società privata che fornisce armi, intelligence e mercenari alle più danarose dittature del Medio Oriente e dell’Africa.

A Taormina, il ministro ha promesso al governatore una generica “cooperazione rafforzata” e l’allocazione nell’Isola di una delle due istituzioni nasciture (quando? come?): la Banca per lo sviluppo mediterraneo o l’Agenzia per la piccola e media impresa.

Dal comunicato apprendiamo che Lombardo ha chiesto ben altro per “attrezzare la Sicilia come piattaforma avanzata dell’Europa verso la frontiera sud…” indicando il solito ponte sullo Stretto, l’alta capacità ferroviaria fra Palermo-Catania e Messina e, dulcis in fundo, l’istituzione del “Premio Al Idriss”, il geografo medievale al servizio di Ruggero II che “capovolse la rappresentazione grafica delle due sponde”.

Ora, a parte che Idris non capovolse un bel nulla, ma semplicemente applicò la visione che il potente e vasto dominio arabo aveva del mondo, secondo la prospettiva sud-nord, non si possono davvero riproporre simili cose in un Mediterraneo in mutazione, avviato a divenire uno dei principali poli dello sviluppo mondiale.

Come il solito, alla Sicilia, alla sua classe dirigente rischia di sfuggire l’essenziale, ossia gli elementi portanti di un nuovo sistema di scambi e di produzioni che, soprattutto attraverso Suez, potrebbe dar vita ad una vera rivoluzione sul terreno dei rapporti economici, culturali e politici fra Europa, Asia e Africa.

Una rivoluzione che potrebbe far tornare il Mediterraneo al ruolo storicamente svolto fino al 1492.

Per la Sicilia, per i tanti sud europei, si apre, dunque, una prospettiva inedita rappresentata da nuovi, imponenti flussi commerciali, turistici, finanziari provenienti dall’Oriente medio ed estremo: dai Paesi del Golfo alla Cina, dall’India al Giappone, all’Oceania, ecc.

La Sicilia è attrezzata per intercettare, accogliere parte di tali flussi? Parrebbe di no. Questo- a me pare- il vero problema.

Agostino Spataro

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