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LE STRAGI E LE RESPONSABILITA’

Non passa giorno che non si legga di morti accidentali (sul lavoro, negli ospedali, sulle strade). Una vera e propria strage che colpisce anche la Sicilia facendola schizzare ai primi posti delle tragiche graduatorie nazionali. Numeri impressionanti, di molto superiori a quelli per omicidi di mafia o per violenza in genere, che dovrebbero far scattare l’allarme sociale e interventi speciali delle istituzioni e degli enti preposti.

Invece, superato il momento dell’emozione, quasi nessuno ne parla o ne scrive…fino alla prossima strage. Viene da domandarsi: ma quanti morti occorrono per decidersi a fermare questa carneficina?

Evidentemente, non è questione di numeri ma del grado di spettacolarità.

A volte, per salvare una sola vita umana o anche di un animale domestico, si fa l’impossibile. In questo caso, a fronte di migliaia di vite spezzate, non si fa nulla o quasi.

Contraddizioni inspiegabili che dovrebbero indurre un po’ tutti a riflettere e soprattutto ad agire. Non per fare sermoni, ma per evidenziare cause e colpire responsabilità che continuano a provocare una gran quantità di vittime per incidenti sul lavoro e sulle strade.

Ogni anno, in Italia si contano migliaia di morti e centinaia di migliaia di feriti e d’invalidi e altissimi costi sociali e finanziari per lo Stato. Soltanto dal 1 giugno al 31 agosto 2008 le vittime rimaste sull’asfalto sono state 505. Un bilancio tremendo, inaccettabile, specie se si considera che un quarto è composto da giovani sotto i trenta anni.

Nel 2006, i morti sulle strade sono stati 5.669. A ben pensarci, più del totale delle vittime Usa cadute in Iraq in quasi sei anni di terribile guerra.

Peggio di una guerra. Perché sulle strade la morte è assolutamente casuale,

imprevedibile: si muore per mano di un “nemico” dissennato, non dichiarato.

Insomma, una vera emergenza le cui principali cause sono l’alta velocità, l’alcool, le droghe e l’uso improprio dei telefonini. Se queste sono le cause mi sembra fuorviante addossare sempre le responsabilità ai governi e agli organismi di gestione, alle forze dell’ordine, ai produttori industriali, ai pubblicitari (sui quali pesano mancanze d’altra natura e portata), saltando- di fatto- quella individuale riconducibile ai conducenti dei mezzi che, in fin dei conti, sono i primi responsabili dei sinistri.

C’è una strana reticenza nel rilevare l’incidenza del fattore umano, come se il mezzo non fosse guidato da un autista in carne e ossa.

Si tende ad attutire questo tipo di responsabilità o a deviarne la ricerca sempre “a monte” quando i morti sono a valle.

Anche su giornali e tv si nota una certa ritrosia. Al massimo, di fronte alle più tragiche evidenze, si lasciano scappare un “forse la velocità”.

Poi, magari, si scoprirà che oltre all’alta velocità, vi hanno concorso alcool e droga.

Ossia quel cooktail micidiale e sempre più ricorrente che miete vittime in gran quantità.

Parlo di tutte le vittime, anche di quelle che hanno provocato l’incidente, ma soprattutto di quelle, incolpevoli, che l’hanno subito: padri e madri di famiglia, lavoratori, anziani, giovani ed anche bambini. Motorizzati o appiedati. Perché, ormai, anche andare a piedi in città è un grave rischio.

Certo, fra le cause bisogna annoverare le condizioni deficitarie della viabilità e l’accresciuta potenza delle nuove generazioni di motori. Strade vecchie, inadeguate e motori superpotenti.

Ma anche in questi casi la responsabilità primaria ritorna al conducente che dovrebbe sapere adattare la guida alle condizioni di praticabilità della strada e sempre al rispetto dei limiti e delle norme di sicurezza esistenti.

Insomma, la gran parte dei sinistri e dei decessi si potrebbero evitare solo se alla guida si applicasse quel mix d’intelligenza e di prudenza, comunemente chiamato buon senso.

Morti gratuite di persone innocenti delle quali, a parte i congiunti, nessuno si occupa.

La morte è stata di fatto mercificata, monetizzata. Basta passare la pratica all’assicurazione e il gioco è fatto.

Tutto ciò non è degno di un paese civile, di uno Stato di diritto che ha come compito primario la salvaguardia della salute e della vita umana.

Lo Stato, la società devono impegnarsi per fermare la carneficina o quantomeno ridurla drasticamente, come è stato fatto in altri paesi europei.

Vasto è il ventaglio degli interventi possibili. Tuttavia, in primo luogo, si deve agire per ridurre i rischi derivati dal fattore umano. Promuovendo seri programmi d’informazione e di prevenzione. E se ciò non dovesse bastare, applicando con più severità le norme esistenti o vararne di nuove per sanzionare gli abusi.

Insomma, applicare ai conducenti scorretti la famosa “tolleranza zero” che si vorrebbe esercitare solo contro gli immigrati, i rom e i poveracci in genere.

In questo senso il governo dovrebbe dare precise direttive, accompagnate da una dotazione adeguata di uomini e mezzi, alle forze dell’ordine.

Ciò è necessario non per soddisfare un’insana voglia di repressione, ma per tutelare la vita di tutti e, soprattutto, dei nostri figli e nipoti.

Perciò, bisogna parlare, in modo chiaro e diretto, coi giovani che sono i principali protagonisti (come autori o vittime) del tristo fenomeno. Richiamandoli alle loro responsabilità morali e civili.

Senza arroganza certo, ma anche senza paternalismi e buonismi di maniera che sono il lasciapassare per gli abusi più gravi.

Agostino Spataro

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