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ANCHE NELLA FOLLIA FUMMO PRIMI

Al museo archeologico di Licata: bellezza e potenza di una civiltà sepolta; sulla “Montagna” i resti del castello del folle tiranno Falaride; cultura e turismo: due nuovi filoni dello sviluppo locale.

Può un piccolo museo ridare lustro e speranza ad un grande comprensorio archeologico?

Questa è un po’ la scommessa del nuovo Museo della Badia, a Licata, dotato d’interessanti collezioni di reperti provenienti dal circondario e, fatto non secondario, reso pienamente fruibile anche dai soggetti diversamente abili.

Il responsabile del museo ci tiene a sottolineare quest’ultimo aspetto, per altro molto apprezzato dai dirigenti delle associazioni specializzate.

Le sale espositive e il bellissimo chiostro circestense del ‘500 sono agevolmente raggiungibili da tutti e per chi desidera visitare la sottostante galleria c’è un fiammante montascala.

Piccole innovazioni che estendono l’area dei diritti dei più deboli e fortificano il senso della civile convivenza anche in realtà come questa dove, sovente, la notte s’accende di fuochi biechi che distruggono beni e speranze di chi ancora resiste.
In Sicilia il progresso è lento, fatica a farsi strada, ma talvolta arriva. La dimostrazione è questo museo incastonato dentro un complesso monastico completamene restaurato che con la sua austera bellezza illumina una piazza nella quale confluiscono i monumenti più insigni della città barocca.

Siamo, dunque, a Licata, l’antica Finziade fondata da Finzia nel 282 a.C. alla foce del Salso o Himera inferiore (il fiume più lungo della Sicilia) che qui arriva stanco e monco di un braccio; nella “Alicata diletta” florida e dinamica, sotto quasi tutti i regimi.
Oggi, purtroppo, la sua economia appare avvizzita e polarizzata sulle serre e sulla pesca praticata in un mare sempre più conteso ed avaro di risorse.

Licata sta pagando decenni di malgoverno che ha provocato il crollo delle attività industriali e portuali e consentito un abusivismo edilizio davvero fuori misura che ha sfigurato la città vecchia e compromesso la nuova.

Enormi risorse bruciate per innalzare case o scheletri di case da tramandare a figli e nipoti; col risultato che gli “scheletri” restano, mentre i figli sono partiti.

Dentro tale contraddittorio contesto, il museo della Badia, che a ben guardarlo tanto piccolo non è, tende ad affermarsi come soggetto attivo per favorire la difficile opera di rinascita culturale e turistica di Licata e del suo comprensorio.

Il ragionamento è semplice: sottoterra non c’è petrolio ne gas, ma vi sono sepolte città rinomate e superbe fortezze che costituiscono importanti giacimenti archeologici che potrebbero risultare più redditizi di quelli d’idrocarburi.

Perciò, si pensa di puntare sulla cultura e sui resti di una civiltà plurimillenaria che dalla Montagna (di Licata) si è irradiata per la grande piana, lungo il corso del Salso.

Storia a tratti esaltante e a tratti decadente che si può leggere attraverso le suggestive collezioni di reperti esposti, con criteri topografici e cronologici, nelle vetrine del museo.

Tempi e luoghi che illuminano di luce ellenica contrade e territori altrimenti sconosciuti: Casalicchio, Poliscia, Marcato d’Agnone, Madre chiesa, Muculufa, ecc.
Tuttavia, l’insediamento più importante è la Montagna: un promontorio spuntato, chissà per quale tettonica ragione, dalla vasta piana alluvionale e che cade, a strapiombo, sul mare. Edrisi, quando lo vide, lo raffigurò ad un’isola, poiché era circondato dal mare e dai due rami finali del fiume.

Qui, sono custodite o in parte riaffiorate le tracce delle diverse civiltà: dall’età preistorica a quella greco- arcaica, dall’ellenistico-romana al periodo bizantino, dall’araba alla medievale, alla spagnola. Vi sono anche alcune eleganti ville liberty progettate da Ernesto Basile, una vera rarità in cui la ricchezza s’incontra col buon gusto.

Fra i tanti individuati, il sito di maggior rilievo è quello di Monte Sant’Angelo dove, intorno all’omonima fortezza, si stende la città greco-romana, in parte già scavata dagli archeologi della Soprintendenza di Agrigento. Sono riemerse, così, linee di mura mastodontiche, abitazioni signorili dotate d’ogni confort (dall’impianto idrico e fognario a camere da letto con bagno annesso), centinaia di suppellettili, anfore e statuette votive che arricchiscono il museo della Badia.

Ma la scoperta più significativa è il “tesoro della matrona”, rinvenuto nel quartiere ellenistico-romano, consistente in un set completo di gioielli femminili in oro, ancora in restauro, e che si annuncia come il pezzo forte del museo.

Sulla Montagna c’è ancora molto da scoprire. A cominciare dalla fortezza di Falaride dove-secondo la leggenda- il tiranno akragantino teneva un toro bronzeo nel quale letteralmente arrostiva vivi i suoi nemici. Un caso emblematico di atroce follia da cui muove Erasmo da Rotterdam per dipanare il suo famoso “Elogio della pazzia”. Come dire: anche nella follia fummo primi.

Più giù, a sud, si scorgono i calanchi d’argilla di capo Ecnomo, estrema propaggine della Montagna verso il mare africano. In queste acque fu combattuta, e vinta, dalla flotta di Attilio Regolo la battaglia risolutiva contro Cartagine che assicurò a Roma la supremazia sul Mediterraneo.

L’archeologa che mi fa da guida guarda a quel braccio di mare sottostante con occhio indagatore, volitivo, forse pensando a quanti reperti si potrebbero recuperare dalle tantissime navi affondate in quel memorabile conflitto.

Agostino Spataro

* Pubblicato, con altro titolo, in “La Repubblica/Pa” del 17 giugno 2007

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