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1882-2006: STESSA CAMPAGNA ELETTORALE - L’ETERNA SICILIA DEI VICERE’

Si è finalmente conclusa la lunghissima, defatigante e poco esaltante stagione elettorale siciliana.

L’Isola ha vissuto, un po’ svogliatamente, una sorta di “anno sabbatico” durante il quale sono stati sacrificati i suoi fondamentali interessi di sviluppo sull’altare di smodate ambizioni di candidati, noti o sconosciuti, che hanno dato l’assalto ai posti-chiave delle istituzioni.

I risultati dicono che il quadro politico è rimasto sostanzialmente immutato, anche per effetto del largo uso di certi metodi e modalità di conduzione delle campagne elettorali, largamente basate su un malcostume e ad una tradizione politica inveterati.

Nulla di nuovo sotto il sole di questa nostra Isola infelice e smemorata. Come ai bei tempi (1882) della campagna elettorale del principe Consalvo Uzeda di Francalanza descritta nelle vibranti pagine del romanzo storico “I vicerè” di Federico de Roberto, editato nel 1884 e ristampato, nel 1994, da Newton Compton Editori.

Nei giorni scorsi, ho riletto questo libro ed ho scoperto una stupefacente verità: nella corsa per il potere non sono cambiati né i metodi né la cultura politica dei ceti dominanti siciliani.

Se tale affermazione vi sembra esagerata, provate a fare un confronto fra i comportamenti elettorali di taluni candidati alle regionali del 2006 e quelli del principe sopra citato.

Io ci ho provato, avendo come realtà di riferimento la provincia di Agrigento, allora Girgenti.

Il risultato è davvero clamoroso: i nuovi “vicerè” di Agrigento (mi si passi il termine, sperando che non si montino la testa ancor di più) hanno usato gli stessi toni retorici, gli stessi comportamenti elettorali in auge 124 addietro. E così - si può dire - dei loro colleghi di Palermo, Messina, Catania, ecc. Ma andiamo per ordine.

Il comitato elettorale (pag. 450):

“a poco a poco tutta la città sfilava dinanzi al deputato; per due persone che andavano via, quattro ne sopravvenivano; e non essendoci più posto a sedere, tutti restavano in piedi, coi cappelli in mano, aspettando i saluti che il duca (deputato ndr) veniva distribuendo in giro. Tutti gli altri a bocca aperta, badavano a raccogliere religiosamente le parole dell’Onorevole…”

Scene del genere si potevano vedere, nelle settimane scorse, ad Agrigento, in via Esseneto, presso il mega comitato dell’on. Michele Cimino, risultato il più votato di F.I.

A Raffadali, invece, il “ricevimento” si svolge all’aperto, sulla terrazza di un noto bar, dove i clientes fanno la fila per ottenere udienza dai fiduciari del presidente della Regione.

Il comizio (pag. 659):

“Frattanto i preparativi si venivano compiendo: la domenica del comizio fu tutto pronto. L’aspetto della palestra era grandioso. Duemila seggiole erano disposte in bell’ordine nell’arena, e restava tuttavia spazio libero per gli spettatori in piedi. Il lato meridionale del portico, riservato alla presidenza ed alle associazioni, conteneva una gran tavola circondata di poltrone e fiancheggiata da tavolini per la stampa e gli stenografi. Gli altri tre lati erano per gli invitati: autorità, signore, rappresentanze varie…”

Su per giù quello che abbiamo visto nei “bagni di folla” organizzati al Palacongressi di Agrigento e nei vari Palasport di altre città.

La patria sicula (pag. 667):

“La nostra patria è anche quest’isola benedetta dal sole, dov’ebbe culla il dolce stil novo e donde partirono gloriose iniziative (nuovi applausi). La nostra patria è finalmente questa cara e bella città dove noi tutti formiamo come una sola famiglia (acclamazioni)…”

Patria, famiglia, amore, parole fatali, ad alto rendimento elettorale, che abbiamo sentito echeggiare nella recente campagna elettorale, nella quale lo slogan più gridato era “l’amore per la Sicilia e per i siciliani” che, però, sono stati affidati alla protezione della Madonna, visto che non potranno molto contare sugli uomini di governo locali.

I manifesti elettorali ( pag. 668):

“la riuscita non poteva mancare, ma egli voleva essere il primo. Il suo comitato oramai era tutta la città, tutto il collegio, elettori e non elettori. I cartelloni con la scritta “Votate pel Principe di Francalanza”, “Eleggete Consalvo Uzeda di Francalanza” crescevano di dimensioni, erano lenzuoli di carta con lettere d’una spanna: sembrava che gli stessi muri gridassero il suo nome. Il primo! Il primo! Egli voleva essere il primo!”

Su questo aspetto c’è poco da commentare: tutti abbiamo assistito alla costosa guerra dei manifesti combattuta sui muri delle nostre città, senza per altro dirci da chi e come è stata pagata l’esosa bolletta.

Rispetto al 1882, l’unica differenza è stata la propaganda in TV di cui, ovviamente, non potette usufruirne il discendente dell’illustre casata dei viceré Uzeda.

Il trionfo (pag. 669):

“per tre giorni il palazzo restò ancora invaso dalla gente che veniva a congratularsi: una processione incessante dalle dieci del mattino a mezzanotte…Il quarto giorno uscì nelle vie. Si spezzò il braccio, dalle tante scappellate, dalle tante strette di mano. La gioia gli si leggeva in viso, traspariva da tutti i suoi atti e da tutte le sue parole, nonostante lo studio per contenerla…”

Che dire? Mancano soltanto le “vasate” poiché il principe le considerava antigieniche.

Tutto ciò, ieri come oggi, per conquistare una posizione di potere personale.

De Roberto conclude, sconsolato, facendo dire al suo principe-deputato (70 anni prima dell’uscita del “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa) parole di un cinismo davvero bieco:

“La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano; certo tra la Sicilia di prima del Sessanta, ancora quasi feudale, e questa d’oggi pare ci sia un abisso; ma la differenza è tutta esteriore … Il nostro dovere, invece di sprezzare le nuove leggi, mi pare quello di servircene!”

Al termine di questo rapido confronto va rilevata una corposa differenza fra l’Uzeda e i suoi moderni emuli: il primo, con la politica, tentava di salvare privilegi e patrimoni ereditati, i secondi cercano, invece, di acquisirli. Ma quando cambierà questa Sicilia?

Agostino Spataro

* pubblicato in “La Repubblica” del 2 luglio 2006.

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