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DELITTI E RAZZISMO

Le cronache di questi mesi ci offrono una casistica allarmante di episodi di una efferatezza inusitata, esercitata sugli esseri più inermi quali: donne, bambini, anziani.
Nulla di nuovo sotto il sole: la violenza, essendo prima di tutto un atto di viltà, va a colpo sicuro e preferisce esercitarsi sui deboli. Così è sempre accaduto, e accade, in ogni latitudine di questo mondo che sempre più si affida alla violenza per risolvere le sue contraddizioni, grandi e piccole.

Vi ricorrono i governi di grandi nazioni, figurarsi se non vi debbano ricorrere i singoli individui!

Ma, a parte il discorso generale, desidero qui rilevare alcuni casi nei quali emerge un dato da censurare: l’uso maldestro di tali episodi per riproporre, anche sulla stampa, odiosi clichés a sfondo razzistico, segnatamente antisiciliano.
Fra i tanti, cito i due più recenti: l’assassinio del piccolo Tommaso Onofri vicino a Parma e l’ancor più feroce (perché premeditata) soppressione di Jennifer, una ragazza incinta di nove mesi, a Venezia.

Di entrambi i delitti si conoscono nomi e cognomi dei responsabili, eppure molti giornali e tv, non solo locali, si sono abbandonati, informando sul delitto di Parma, a riferimenti geo- antropologici e territoriali che facilmente si prestano ad un’interpretazione razzistica delle responsabilità dei singoli indagati. Soprattutto in zone dove imperversano leghe e comitati di salute pubblica contro “terroni” e “marocchini”.

Per essere ancor più chiari: mentre per l’orrenda morte di Tommy si è sottolineato oltre misura un dato, assolutamente pleonastico, relativo alla regione di appartenenza e gli assassini venivano qualificati come “siciliani”, in quello di Jennifer non c’è stato il gran battage (quasi che il seppellimento di due innocenti vivi fosse meno grave) e al nome dell’assassino non è stato accostato alcun riferimento territoriale o d’altra natura.
Insomma, gli stessi giornali, sovente gli stessi giornalisti che hanno usato quel “siciliano” ad ogni piè sospinto, per informare del delitto di Venezia hanno ritenuto, giustamente- io dico- che non fosse necessario specificare che quel crudele assassino sia un “veneto”, un cittadino “dell’industrioso nordest”, ecc.

Perché questa differenza di approccio? Le risposte dovrebbero venire da chi l’ha praticato.

Tuttavia, bisogna constatare che se è stato giusto omettere la “regionalità” dell’assassino della ragazza sepolta viva (col loro figlio che portava in grembo) è stato sommamente ingiusto e vergognoso l’uso ripetuto dell’aggettivo “siciliano” nell’altro caso.

Spiace rilevarlo, ma questi colleghi hanno usato due pesi e due misure, enfatizzando sentimenti ripugnanti piuttosto diffusi in certi ambienti e mandato alle ortiche la deontologia professionale e morale.

Per altro, l’assassinio di Jennifer è stato mollato a soli tre giorni dal rinvenimento del cadavere, mentre ancora si scrive su quello di Tommy.

C’è come una voglia di far dimenticare il delitto di Venezia e un accanimento, quantomeno sospetto, su quello di Parma, ma quello che più indigna sono i toni e l’approccio culturale.

Quasi che il delitto di Venezia fosse stato compiuto da gente civile, mentre quello di Parma dai soliti terroni.

In tanta amarezza, è doveroso segnalare la grande lezione di civiltà e di maturità che è venuta dai genitori del piccolo Tommy i quali, partecipando ad una delle tante fiaccolate svoltesi in Sicilia, non hanno espresso “alcun tipo di risentimento nei confronti dei siciliani…” e dichiarato che “le belve ci sono qui e ci sono anche a casa nostra”. Come, appunto, il barbaro assassinio di Venezia ha dimostrato.

Agostino Spataro

(pubblicato in “La Repubblica” del 12 maggio 2006)

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