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AGRIGENTO, I FABBRICANTI DI ORGANI A CANNE

Confesso che ignoravo l’esistenza ad Agrigento di una vera e propria fabbrica di organi a canne, ma temo di non essere il solo a sconoscere la presenza di questa piccola e magnifica realtà che, da alcuni decenni, produce organi per diverse chiese e istituzioni siciliane.

La sua esistenza, per altro, dovrà far ricredere quanti ritenevano estinta l’arte organaria siciliana con la chiusura, a fine anni ’50, del laboratorio dei fratelli Polizzi di Modica. Essa, infatti, è riapparsa ad Agrigento, nel 1983, grazie alla tenace iniziativa dei fratelli Carmelo e Filippo Cimino, titolari dell’unica “fabbrica d’organi a canne” esistente in Sicilia e nel Meridione.

Un piccolo primato che si realizza in una città distratta dove si preferisce bruciare in frivolezze fondi cospicui con i quali si potrebbe assicurare visibilità, sostegno e adeguate condizioni operative a quei (pochi) creativi che danno lustro e lavoro qualificato ad Agrigento.

Quasi increduli, siamo stati nella zona industriale a visitare l’azienda in questione per celebrarne il lusinghiero primato e per conoscere le maestranze e verificare la reale consistenza delle cose udite in precedenza.

Di primo acchito, il grande capannone, in affitto dall’Asi, ci appare come un enorme atelier di artisti plastici dove un ordine trascendentale regna sopra legni pregiati, lamine di ottone e chiazze di trucioli piallati impregnati di un acre odore di vinile. Colpisce una bellissima consolle, in legno di rovere pregiato, destinata al nuovo organo della Madrice di Lercara Friddi.

Di fianco, accatastate, file di canne lignee costruite “artigianalmente, ad una ad una - spiegano i titolari - con abete rigatino ad alta risonanza…mentre le lastre per la fabbricazione delle canne di metallo sono realizzate mediante l’antica procedura della gittata su tela della lega fusa composta di piombo e stagno in percentuale variabile a secondo della timbrica che si vuole conferire al registro.”

Già da queste prime battute si capisce che, qui, l’artigianato è sconfinato nell’arte pura che produce musica divina, ascensionale. Con la sua armonia grave e sontuosa e con lo splendore delle sue canne svettanti, l’organo è lo strumento che sollecita strabilianti congiunzioni.

“Attraverso queste canne, quasi sempre, incontro Dio “- mi disse, un giorno, l’organista della chiesa di Matyas di Budapest.

Ma torniamo alla nostra fabbrica dove si nota un certo ammassamento, verso il centro, di piccole cataste di legni pregiati e delle sofisticate apparecchiature tecnologiche che i due fratelli, imbarazzati, così giustificano: “Non badate al disordine. I materiali sono disposti un pò alla rinfusa per non farli bagnare quando piove…”

E così apprendiamo che dentro ci piove e che è la pioggia a comandare l’assetto organizzativo di questa azienda-leader. Ancora l’acqua. Sembra che questo “elemento” (uno dei 4 fondamentali individuati dall’agrigentino Empedocle) perseguiti questa città, come una maledizione biblica: d’estate perché manca e d’inverno perché abbonda.

Invece, la profezia non c’entra nulla. C’entra, e molto, l’errore umano, troppo umano, dei costruttori degli enormi capannoni di cemento i quali, come il solito, non si saranno curati dei “particolari” e così l’acqua piovana (o “giogia” come qui viene chiamata) penetra dalle varie fessure apertesi nel tetto.

Più di una volta, durante questo piovoso inverno, la pioggia ha allagato la fabbrica e intasato le condotte fognarie provocando un insolito miscuglio e pesanti danni alla ditta che nessuno vuole risarcire.

Tutto ciò per dire in quali condizioni si dibatte questa piccola azienda che, malgrado questi ed altri inconvenienti, continua ad onorare degnamente il suo primato.

L’iniziativa dei fratelli Cimino è davvero esemplare poiché hanno inventato una fabbrica a ciclo completo (dalla progettazione alla costruzione artigianale di strumenti così sofisticati) e fatto rinascere l’arte organaria siciliana, nel solco di una tradizione di alto valore culturale e religioso sviluppatasi negli ultimi quattro secoli.

Soprattutto fra l’800 e il la prima metà del ‘900, la Sicilia vide fiorire vere e proprie “dinastie” di organari a Palermo, a Catania, a Modica, ecc. fra le quali sicuramente eccelle quella palermitana dei La Grassa, costruttori di ottimi strumenti per le più belle chiese e cattedrali siciliane.

Al genio di Francesco La Grassa Sclafani si deve la costruzione (fra il 1836-47) del monumentale organo della chiesa di S.Pietro di Trapani che gli esperti considerano “unico al mondo”, poiché si avvale di un apparato davvero spettacolare composto di 3.292 canne distribuite in 67 file, di 7 tastiere divise in 3 consolle, di 67 comandi dei registri, ecc, ecc.

Finalmente restaurato, l'eccezionale organo è stato inaugurato un anno fa, alla presenza del Presidente Ciampi, con un concerto dei tre fra i più celebri interpreti europei, fra i quali Luigi Celeghin, compositore e organista emerito del “Santa Cecilia” di Roma.

Confrontarsi con siffatta tradizione non è stato certo facile per i due fratelli agrigentini i quali, armati soltanto della passione organistica, sul finire degli anni ’70, si presentarono al maestro Alessandro Balbiani (erede della più antica casa organara italiana, fondata a Milano nel 1550) per apprendere l’arte di costruire e di restaurare organi a canne.

Dopo un lungo periodo d' apprendistato, aprirono la loro azienda ad Agrigento.
Inizia così l’avventura dei Cimino i quali, in vent’anni d'attività, hanno ridato vita e splendore a decine di storici organi che imputridivano sotto strati di polvere, corrosi dai tarli e dall’umidità, in varie chiese dell’Isola.

Fra i tanti quelli della Madrice di Palma Montechiaro (quella dei “gattopardi” per intenderci) e delle chiese di S. Giuseppe di Augusta, di S. Sebastiano di Caltanissetta e della Madonna del Rosario di Alcamo.

Restauro, ma soprattutto costruzione di nuovi strumenti. In questo campo la ditta agrigentina ha conseguito risultati davvero prestigiosi, avendo all’attivo una trentina di organi costruiti per altrettante chiese e istituzioni musicali siciliane: dalla Chiesa di S. Salvatore di Trapani a quelle dei Miracoli dello Sperone di Messina, di S. Diego di Canicattì, della Madonna delle Grazie di Bronte, dalla Madrice di Solarino a quelle di Mistretta e di Porto Empedocle, al conservatorio “V. Bellini” di Caltanisetta, ecc, ecc.

Ogni pezzo è unico, progettato e costruito in fabbrica secondo una metodologia che comprende le prove d’intonazione e di accordatura. Tutto avviene dentro quest’ anonimo capannone dell’Asi, per mano di valenti maestranze locali e con la consulenza tecno- artistica di celebrati organisti.

Come nel caso del sontuoso organo in costruzione per conto della cattedrale di S. Lorenzo di Trapani che si avvale della consulenza molto attiva del citato maestro Luigi Celeghin, il quale sovente è intervenuto per assicurarsi che i pezzi e le tecniche di costruzione dello strumento, i timbri e quant’altro siano rispondenti al tipo di acustica della cattedrale e anche al suo personale gusto musicale. Insomma, a parte l’acqua “giogia”, questa piccola azienda-leader sembra ben piantata e proiettata verso un mercato di sicuro avvenire. Auguri.

Agostino Spataro

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