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LA CASETTA DAL TETTO DI PAGLIA

Sono figlio di Siciliani, i miei erano di Carlentini, adesso abito a Bologna, Giorni fa ho scritto questo racconto, malgrado io non sia mai stato sulle Eolie, i personaggi sono ovviamente inventati. Questo racconto vuole essere un omaggio ai miei genitori siciliani. Un caro saluto alla cara Sicilia.

Umberto Romano
uromano@aliceposta.it

La casetta dal tetto di paglia

Seduto sulla collina, sono immerso nell'erba che mi dà una sensazione di frescura alle mani. Gli occhi mi fanno molto male. La faccia consumata dalle tante giornate passate sulle barche a manovrare vele e tirare su reti, è insensibile ai fasci luminosi del sole di questa giornata d’inizio maggio.

Che caldo asfissiante! Me lo sento addosso come una coltre opprimente; mi giro, ma continuo a sentire il mio corpo scivolare, come se fossi completamente immerso in un ruscello dalle acque surriscaldate dal vicino vulcano.

La gamba continua a farmi male. Questo non solo mi costringe a stare a terra, lasciando che altri peschino dalla mia barca, ma obbliga il mio vecchio corpo ad un ozio forzato, che non mi permette altro che di bere e di ricordare.

Ricordare. Sì, ricordare, perché tutto in me si è arrugginito, ma la memoria, quella no!
Ho ben impresso nella mente ogni particolare della mia esistenza.

Oggi sono voluto salire sulla collina, per osservare dall’alto il mio paese, con le sue case bianche ed il piccolo porto occupato da coloratissime barche; e nello stesso tempo sentire sotto i piedi il brusio del nostro vulcano, che sembra debba scatenarsi da un momento all’altro. Sembrerà strano, ma a noi isolani il suo continuo borbottare tiene compagnia, anche se temiamo e rispettiamo la sua ira.

Da qui sopra, la mia casa è ben visibile, essendo l’unica con il tetto di paglia. Un desiderio bizzarro di Carmela, la cara e unica compagna della mia vita. L’unico viaggio che facemmo insieme, io e lei, fu in Olanda. In quel bellissimo Paese notammo che molte case avevano quel particolare tipo di tetto, e così quando ci costruimmo la nostra casetta Carmela volle che fosse identico a quello delle case olandesi.

Tutto il paese ha criticato questa nostra fissazione, ma io, pur sapendo che quel coperto non era adatto per al clima dell’isola, ho voluto ugualmente soddisfare il desiderio di mia moglie, e non me ne sono mai pentito.

Negli anni la nostra casa è diventata, per la sua originalità, un punto di riferimento: infatti, se un villeggiante appena arrivato dalla terra ferma, chiede dell’Ufficio Informazioni, la risposta più immediata è di prendere la prima strada a destra dopo la casa dal tetto di paglia.

Altre case sono state costruite, oltre la nostra, in questi ultimi anni, perciò da quassù non si riesce più a scorgere quella parte del porto dove tutti noi bambini correvamo insieme alle nostre mamme, per aiutare i pescatori al rientro dopo una lunga giornata per mare. Allora tutto si svolgeva manualmente, perciò non deve meravigliare se tutta la famiglia contribuiva, come poteva, alla cernita del pesce, alla pulizia delle reti e delle nasse. A noi ragazzini erano riservati piccoli lavoretti, quelli che la nostra età ci permetteva di fare. Oggi i nostri ragazzi questo non lo fanno, è vietato il lavoro minorile, per noi, invece, era motivo d’orgoglio poter aiutare i pescatori. Avevamo fretta di apprendere il mestiere, perché sapevamo che presto o tardi li avremmo sostituiti.

Sull’isola vi era solamente una scuola elementare. Erano pochi i ragazzi che potevano permettersi di recarsi giornalmente sulla terra ferma per continuare gli studi. Io sono stato fra quei pochi.

Ricordo che spesso, nelle lunghe giornate invernali, il traghetto per Messina non poteva attraccare causa il mal tempo e così perdevo giorni e giorni di scuola. Questo mi dispiaceva moltissimo, perché poi dovevo rincorrere i miei compagni di classe che nel frattempo erano andati avanti con il programma.

Se invece non potevo rientrare a Vulcano perché il mare era troppo mosso, andavo a dormire a casa di zia Rosa, la sorella di mio padre, che aveva sposato un funzionario delle Regie Poste, trasferitosi a Messina subito dopo il tragico terremoto.

Per i miei genitori, entrambi analfabeti, avere un figlio che aveva raggiunto la licenza media, doveva essere una soddisfazione immensa, forse maggiore di quella che provammo Carmela ed io quando il nostro unico figlio si laureò.

Il mio nome anagrafico è Vito Mandalà, ma nessuno mi conosce con quel nome. E’ usanza sull’isola di dare a tutti un soprannome, il mio è: "Sei dita". Perché ho nel piede destro un piccolo dito in più. Col tempo quel nomignolo ha subito modifiche. All’età di 18 anni acquistai la mia prima motobarca, un vecchio peschereccio che con tanti sacrifici risistemai, e da quel momento mi chiamarono: “Capo Sei dita”. Poi acquistai altre imbarcazioni, mi sposai e il mio conto in banca non fu più in rosso: avevo una piccola flottiglia e decine di pescatori sul libro paga, ed ero conosciuto e riverito come “Don Vito Sei dita”.

Il nomignolo con il quale però mi faceva piacere essere chiamato era: ”Rais”.

Di regola tutte le operazioni di pesca ai tonni sono dirette dal “Rais”, cui tutti debbono rispetto e obbedienza. Io fui il “Rais” più giovane di tutte le sette isole dell’arcipelago delle Eolie.

L’ultima mattanza cui partecipai, avvenne proprio nove anni fa, di questi giorni, esattamente il sei maggio.

Ricordo perfettamente quel dì. Tutti noi eravamo stanchi e nervosi, quando finalmente, dopo giorni d’appostamento, avvistammo il branco di tonni. Le reti erano già state calate da qualche tempo per sbarrare il cammino e costringerli a dirigersi verso la “camera della morte”, come viene chiamata l’ultima camera in fondo alle reti. Quando stimai che i tonni li presenti nella fossero sufficienti, ordinai di tirar su le reti, chiudendo loro ogni via di fuga. I tonnaroli, già pronti con i loro micidiali uncini, iniziarono ad agganciare i pesci e ad issali sulle barche. La camera della morte ribolliva, tutti noi eravamo sporchi del sangue di questi grossi pesci, alcuni dei quali superavano i trecento chilogrammi. L’odore della morte eccitava tutti i pescatori.

La morte non è affatto poetica, sia la si dia agli animali, sia che la subiscano gli uomini; la mattanza è uno spettacolo crudele e sanguinario, durante il quale non solo le barche, ma anche il mare, si tinge di rosso. Ma questa era la nostra vita. Se la pesca fosse stata scarsa, non solo io, ma tutti i miei pescatori avrebbero passato un misero inverno.

Nell’incitare i miei uomini scivolai su una pozza di sangue e mi ruppi una gamba, ma non dissi nulla sino alla fine della mattanza. Ero il “Rais”! Non potevo interrompere la pesca, però quel gesto quasi eroico comportò una lunga degenza all’ospedale di Messina e una serie d’interventi chirurgici.

Oggi su uno dei motopescherecci che vedo rientrare in porto dopo la mattanza, c’è mio figlio. Anche se lui è ingegnere, ha nel DNA la voglia di mare, e lo spirito di sacrificio che ha contraddistinto nei secoli i pescatori di questa povera isola.
La pesca ai tonni ha sempre suscitato emozione e prodotto un’infinità di storie, di leggende e di miti, ma solo noi pescatori isolani, che peschiamo ancora con metodi tradizionali, possiamo sapere quanta fatica e sacrifici comporti questa attività.

Si è fatto tardi. Il sole sta tramontando. Le barche sono quasi tutte rientrate. E’ora che raccolga il bastone e mi avvii verso quella casetta dal tetto di paglia che si vede laggiù.

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